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Alimentazione e fattori socioculturali
Scritto da Dr. Loredana Scalini Mostra tutti gli articoli di questo autore.
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Alimentazione e fattori socioculturali

 

 

Fin dall’inizio degli anni ’70, molti studi si sono focalizzati sugli effetti che variabili esterne come l’appetibilità dei cibi, il contesto sociale e alcune forme di apprendimento, esercitano sull’alimentazione. E’ stato dimostrato che tali fattori esercitano forti influenze su che cosa e quanto mangiano la maggior parte degli umani e degli animali da laboratorio.

Questi esperimenti dimostrano che l’alimentazione non è regolata rigidamente e soltanto da deficit energetici interni all’organismo.

 

Appetibilità

 

Nei topi, modificando l’appetibilità delle pallottole di cibo standard, ad esempio con l’aggiunta di saccarina o chimino, si ha rispettivamente un aumento o una diminuzione della quantità di cibo consumata.

 

L’appetibilità di un cibo è influenzata anche dalla frequenza con cui esso viene assunto, ad esempio anche un piatto molto saporito se mangiato quotidianamente perde appetibilità.Questo fenomeno è detto sazietà senso-specifica.

Alcuni cibi poi producono una sazietà senso-specifica più marcata rispetto ad altri. Essa può durare settimane per cibi ricchi di grassi e proteine, mentre riso, pane, dolci e insalata possono essere mangiati anche tutti i giorni senza che la loro appetibilità si riduca.

 

Da uno studio è emerso che se ai ratti viene viene somministrato pane e cioccolata, oltre la solita dieta, la loro assunzione di calorie sale dell’84%, e il loro peso dopo 4 mesi aumenta del 45%.

 Ciò va contro le teorie secondo cui l’alimentazione sia rigidamente controllata da deficit energetici interni.

Secondo le più recenti teorie l’uomo e gli altri animali non sono normalmente spinti a mangiare da un deficit energetico interno, ma dall’anticipazione degli effetti piacevoli del cibo detti proprietà incentivanti del cibo. Ad esempio il valore incentivante di un cibo si riduce se il suo consumo è seguito da malessere o se è consumato di recente e in grande quantità. Lo stomaco pieno ed anche un aumento dell’apporto energetico generale provocano un generale decremento nelle proprietà incentivanti di gusti simili.

A sostegno delle teorie incentivanti è la scoperta dell’esistenza di neuroni nell’ipotalamo laterale che rispondono alle proprietà incentivanti del cibo piuttosto che al cibo in sé.

Si è osservato, infatti, che fornendo alle scimmie cibo gustoso ripetutamente, le risposte dei neuroni dell’ipotalamo laterale ad esso decrescevano gradualmente, ma non decrescevano le risposte a cibi gustosi di sapore diverso.

Inoltre ratti nutriti con alimentazione intragastrica perdono notevolmente peso, a causa proprio della mancanza degli aspetti incentivanti del cibo.

 

 

Apprendimento ed alimentazione

 

L’apprendimento può determinare l’inizio del pasto. Ciò è stato dimostrato mediante il condizionamento classico, e indica che non ci viene fame all’ora di pranzo perché in quel momento avvertiamo delle carenze energetiche (ciò è cosa rara), bensì per la presenza di stimoli esterni (ad esempio orario) precedentemente associati con l’inizio del pasto.

 

Ma come fanno uomini ed animali a sapere cosa mangiare?

In parte si tratta di preferenze o avversioni ereditarie: ad esempio il sapore dolce/salato corrisponde ad alimenti sani, il sapore amaro corrisponde ad alimenti tossici.

Tuttavia in parte le preferenze e le avversioni per determinati cibi sono apprese.

 

 

 


 
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